Solo la conoscenza della propria origine prima consente all’uomo di riconoscere il proprio fine

Solo la conoscenza della propria origine prima consente all’uomo di riconoscere il proprio fine

‘Il fine di ogni sforzo è di destare chi dorme e renderlo capace di vedere la realtà. Se il dormiente si fa svegliare dal sonno della sua coscienza e impara ad aprire gli occhi, scopre poco per volta sempre nuove dimensioni di questa realtà di cui non sapeva niente in quanto appunto dormiva. Il desiderio di conoscere sempre più a fondo questa realtà lo induce a dilatare costantemente la propria coscienza per assimilare sempre nuovi aspetti del reale.

Un grosso problema di questo indirizzo di vita è il fatto che la realtà si presenta alla nostra coscienza spaccata in polarità. L’uomo si trova esposto ad opposti – ma avverte in sé una profonda nostalgia di unità. Se vuole conquistarsela, deve imparare a unificare in sé gli apparenti aspetti opposti, in modo che questi diventino per lui gradini dell’evoluzione. L’uomo sperimenta sé stesso come una coscienza limitata che chiama “Io” – e di fronte ad essa sta il mondo esteriore, che avverte come “non-Io”.

I sapienti affermano che l’uomo come microcosmo corrisponderebbe per analogia al macrocosmo – e in questo modo il “fuori” diviene specchio del “dentro”. L’autoconoscenza deve quindi portare alla conoscenza del mondo, la conoscenza del mondo alla conoscenza di sé. A questo punto l’uomo deve imparare che non è, come aveva sempre creduto, una vittima delle circostanze esterne, ma che è lui stesso a creare il proprio mondo esterno attraverso il suo modo di essere.

Impara così ad applicare consapevolmente la legge di risonanza in modo da rendersi maturo per quello che vuole percepire e sperimentare nel mondo esterno. Così finisce per conciliarsi con tutto ciò che è, e scopre che tutto ciò che è, è buono.

Con questa conciliazione si aprono però improvvisamente nuove dimensioni, nuovi rapporti, che possono essere scoperti da chi sa veramente vedere. L’uomo si libera dal concetto orizzontale di suddivisione del mondo in piani e scopre che questi piani sono attraversati da principi verticali. Dato che ogni manifestazione è semplicemente una determinata espressione di un principio primo, tutto il mondo delle manifestazioni diviene di colpo il simbolo di questa realtà superiore – e si comincia a capire quello che voleva esprimere Ermete Trismegisto con le parole: “Come in alto, così in basso”.

Dovunque guardiamo, mai vedremo quiete, tutto scorre, tutto si modifica, tutto si trasforma; e poiché questa incessante trasformazione sembra avere una meta, noi la definiamo evoluzione. L’evoluzione però può avvenire soltanto attraverso processi di apprendimento – ma i processi di apprendimento sono a loro volta legati a soluzioni di problemi. Scopriamo così nei problemi il vero e proprio motore di ogni evoluzione e capiamo che ogni problema è soltanto una provocazione, che deve indurci ad agire per risolverlo e redimerlo.’

(Thorwald Dethlefsen, “Il destino come scelta – psicologia esoterica”, Edizioni Mediterranee)

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